»Sweet Devil• || Portfolio_

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No Time to Regret
view post Posted on 5/10/2009, 09:36Quote
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UNO


Non sono mai stata un tipo socievole. La mia infanzia, al contrario di quello che pensano tutti, è stata piuttosto normale. Due genitori, una villetta, un cane.
Se mi sono trasferita a New York è stato per proseguire gli studi militari. Sono uscita dalla United States Military Academy con il massimo dei voti. Ero sempre stata affascinata dalla guerra piuttosto che dalla moda, il che per una bambina è strano. I miei genitori, però, non mi hanno mai ostacolato, anzi, mi hanno dato il loro appoggio ed erano davvero fieri di me.
Pensavano tutti che sarei diventata capo della polizia o che sarei finita in qualche reparto speciale dell’ FBI.
In ogni caso, nessuno si aspettava che sparissi dalla circolazione.
Bè, non ero proprio sparita. Io c’ero, erano gli altri che non mi vedevano. Più precisamente: non facevo nulla per farmi notare.
Appostata vicino a un bar, aspettavo la mia vittima fumando una sigaretta. Nessuno mi guardava.
La giornata era nuvolosa e fredda. Era ottobre, l’inverno si avvicinava e io ne ero contenta. Era più facile nascondere le armi con addosso vestiti pesanti e larghi.
Al bar c’era poca gente: un vecchio che leggeva il giornale e una donna che parlava al telefono. Meglio, non mi avrebbero notato al momento cruciale. Ma la persona che stavo cercando non era ancora arrivata. Odiavo aspettare ma rimanevo impassibile ad attendere. Finchè finalmente non arrivò.
La vittima, un tizio pelato con gli occhiali e la cravatta rossa, mi passò vicino, senza guardarmi. Il fatto che indossassi occhiali neri e un cappotto di pelle lungo fino ai piedi dello stesso colore forse mi camuffava. Ad ogni modo il tizio passò oltre e andò a sedersi a un tavolino vuoto. Succedeva spesso. Ero lì, in mezzo a loro, ma non mi guardavano.
Sorrisi appena. Quello era Ludvig Vongregor. Petroliere e miliardario. Niente moglie. Niente figli. Aveva recentemente svaligiato il casinò di Montecarlo barando spudoratamente.
Tanto bastava a chiedere vendetta. Io ero solo la mano che l’avrebbe compiuta. Montecarlo era una macchina per fare soldi, non per perderli.
Tirai fuori dalla tasca interna una piccola fototessera. Sì, era lui, non c’erano dubbi.
Sebbene non mi creasse disagio far fuori la gente, mi assicuravo sempre di colpire il tizio giusto. Era strano e scrupoloso da parte mia, eppure era un’abitudine.
Rimisi apposto la fotografia e mi scostai dal muro. Gettai per terra la sigaretta e la schiacciai con il piede.
Soffiai via il fumo e guardai il cameriere entrare dentro al bar per riferire le ordinazioni.
Mi avvicinai con passi lenti e calcolati al tavolino, non mi fermai finchè non fui davanti a lui. Il vecchietto era di spalle intento a leggere e la signora parlava al telefono animatamente.
Lo osservai. Aveva rughe intorno agli occhi e alla bocca, gli occhiali ricadevano sul naso riducendo i suoi occhi a due lumini lontani. Esprimevano sorpresa.
La cravatta rossa era abbinata ad una giacca verde acido. Pessimo gusto in fatto di vestiti.
«Si?» la sua voce lasciava intendere un certo disagio.
Ovviamente non risposi, però tirai fuori dal giubbotto la mia fedele Colt Defender e la puntai contro la sua fronte.
Premetti il grilletto e il suo cervello finì spappolato. Il sangue – e tutto il resto – schizzò ovunque, perfino nel mio cappotto.
«Che palle». Brontolai, camminando velocemente verso il vicolo dove avevo lasciato la macchina. Avrei dovuto lavarlo di nuovo. Il fatto era che non mi piaceva usare le bombe, preferivo guardare negli occhi chi stavo per uccidere. La conseguenza era che il mio cappotto finiva in lavanderia molto spesso.
Cominciarono le solite urla. Per quando si fossero domandati chi avesse combinato quel casino, io sarei già stata a casa. Anche se lo avevo fatto davanti a tante persone, nessuno avrebbe potuto riconoscermi ed indicarmi come colpevole. Nessuno mi aveva notata.
Un po’ mi dispiaceva per il bar, gli avevo procurato una pessima reputazione.
Chiusi lo sportello della mia Mini Cooper R56. Partii a tutto gas e mi diressi verso il mio appartamento, nel Queens.
Era un posto tranquillo, dove la vicina di casa era una vecchietta affabile e gentile. Sono un Killer che cerca tranquillità, alla sera mi rilasso anche io.
Mi tolsi gli occhiali scuri e li appoggiai sul cruscotto, poi badai bene a non toccare nulla con il cappotto sporco. Mi sarei fatta la doccia appena arrivata a casa, quello schifo cominciava a puzzare.
Squillò il telefono e premetti il pulsante del vivavoce, cambiando marcia.
«Spero che sia andato tutto come previsto». Disse la voce viscida dall’altro capo.
«Tutto».Confermai, guardando la strada.
Non avevo idea di chi fosse il mio mandante, non mi era mai interessato con chi facevo affari. Mi informavo solo su cosa avesse fatto il tizio da eliminare. Avevo degli scrupoli nonostante tutto. Comunque, di solito, bastavano centomila dollari a convincermi.
«Benissimo, il resto dei soldi sono già sul tuo conto svizzero». Riappese.
Staccai il vivavoce e svoltai a sinistra. Avevo un mucchio di soldi, poco m’importava della scia di cadaveri che mi ero lasciata alle spalle.
Tutto ha un prezzo.
Arrivata a casa parcheggiai nel solito posto vuoto e scesi rinfoderando la pistola, non volevo rischiare di spaventare i vicini. Il mio appartamento era all’ultimo piano di un palazzo antico, in stile vittoriano, di un rosso spento. La signora da cui l’avevo affittato era anziana e piena di soldi. Entrai dal portone principale ed evitai l’ascensore per non incontrare i vicini: i pezzi di cervello sul cappotto non erano molto amichevoli.
Tirai fuori le chiavi di casa e aprii la porta.
Non appena varcai la soglia mi ritrovai un braccio intorno al collo che sembrò volesse strozzarmi.
Mi divincolai, ma la risata che sentii mi fece sbuffare e fermare.
Non avevo sentito nulla di anormale quando ero arrivata. Era Dale, solo lui sapeva muoversi così silenziosamente da ingannarmi.
Mi lasciò andare subito.
«Sei poco reattiva». Mi sgridò. «E il tuo giubbotto fa schifo. Di chi era il cervello?» chiese con noncuranza.
Se avessi mai dovuto avere paura di qualcuno, quello era Dale. Lui non era come me, era peggio. Non aveva rimpianti, rimorsi, non si faceva scrupoli.
Se io mi dispiacevo un minimo per aver creato un danno a qualcun altro che non c’entrava col mio lavoro, lui se ne fregava altamente.
Se io riuscivo a uccidere una persona a sangue freddo, lui riusciva a torturarla prima di finirla. Io odiavo la tortura, per quanto fossi sadica e stronza, non riuscivo a torturare le mie vittime.
Non avevo mai capito se uccidere gli desse piacere, ma forse la risposta era uguale alla mia.
Gettai le chiavi sul mobiletto all’ingresso e chiusi la porta con il piede.
«Di un petroliere poco corretto al gioco» Risposi, togliendomi il giubbotto.
Portai la Colt Defender con me; non ce n’era bisogno ma mi faceva sentire al sicuro.
«Ne deduco che sia stato poco fruttuoso». Mi stava osservando. Lui guadagnava sempre più di me nel lavoro.
«Che cosa ci fai qui Dale?» Tagliai corto.
Sorrise. «Ho un lavoro per te».
E quando diceva così non c’era mai nulla di buono.

 
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view post Posted on 23/12/2009, 09:58Quote
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DUE


Eravamo seduti uno davanti all’altro nella cucina di casa mia. Dale mi osservava attentamente e sorseggiava il suo caffè con lentezza snervante.
Eravamo molto diversi. In confronto a lui ero una bambina buona e cara. Nel lavoro ero brava secondo lui, ma io sapevo che se mai ci fossimo scontrati, non avrei mai avuto possibilità di vincere.
Ed ero anche sicura che mi avrebbe fatto fuori senza pensarci su due volte.
Tuttavia, lui lavorava con pesci molto più grossi dei miei. Se a me bastavano centomila dollari per dire si, Dale si poteva accontentare di un minimo di cinquecento. E lasciatemi dire che se li meritava tutti.
Per questo quando diceva di avere un lavoro per me non stavo tanto tranquilla.
“Allora?” chiesi impaziente.
Sorrise e posò la tazzina sul tavolo.
“Ho un lavoro per te. Anzi, per noi” rispose.
Lo osservai, attendendo che andasse oltre. Ma lo conoscevo abbastanza da sapere che avrei ottenuto di più facendo domande precise.
“Di che si tratta?” ero curiosa.
“Il Capo dei Vampiri vuole la testa di quello dei Lupi mannari. Ma la cosa interessante, è che il capo dei Lupi mannari vuole quella del capo dei Vampiri” rispose.
Lo osservai e poi capii. Entrambi lo avevano assoldato per farsi fuori a vicenda. Davvero astuto.
“E tu accetta chi ti offre di più” matematico.
Scosse la testa. “Mi offrono la stessa cifra. Sono due mostri differenti che mi offrono le stesse cose”
Posai la tazzina e mi agitai un po’.
“Dale, cosa vuoi da me esattamente? Spero che tu non voglia assoldarmi per una delle due offerte e poi farmi fuori”
Rise. “No, Alissa, mi serve il tuo aiuto per ben altro”
Mi guardò con un sorriso in faccia. Sembrava alludere a qualcosa di ovvio che mi stava sfuggendo e quando capii scossi la testa.
“Non se ne parla, Dale. Non lo faccio da anni, non sono più in grado. E poi a che ti serve?”
Avevo ripudiato la magia e tutto quello che ne faceva parte. All’età di sette anni avevo scoperto di sentire i morti. Quando andavo al cimitero sentivo la presenza costante di anime morte. I miei genitori non le sentivano. Ero solo io.
Una volta mi capitò di resuscitare uno zombie per sbaglio e ne rimasi così spaventata da ripudiare quello che ero.
Avevo chiuso la negromanzia in un angolo della mia mente e non l’avevo più usata.
“Bè, ho letto da qualche parte che, in teoria, dovresti riuscire a resuscitare anche i Vampiri” rispose.
Lo guardai alzando un sopracciglio. “Sei un coglione, Dale”
Sorrise. “Si, me lo dicono tutti”
Sospirai. “Prima di tutto i vampiri camminano. Dormono nelle bare e in quel momento è come se fossero morti; ma camminano. Questo significa che qualunque magia li tenga in piedi non è negromanzia quindi fuori dalla mia portata. Seconda cosa, a che cazzo ti serve resuscitare un vampiro?”
Finì il caffè e mise la tazzina nel lavello. Era sempre molto educato.
“A dire il vero sono più propenso a trattare con i vampiri che con i Lupi mannari. Mi hanno fatto un’offerta interessante”
Oh-oh. “Ah davvero? E cosa esattamente?” cercai di non suonare preoccupata.
“Il loro capo è un tipo strano. Antico e decisamente poco crudele rispetto ai suoi amici zannuti. Ma è riuscito a conquistare la fiducia di tutti. Ha successo. Ma c’è qualcosa che lo rende… triste diciamo” tornò a sedersi di fronte a me “Vuole assaggiare ancora una volta il cibo”
Questa poi. Nessun vampiro ha mai rimpianto il cibo nella storia del vampirismo. Doveva essere proprio strano.
“E dovrei essere io a resuscitarlo?” chiesi scettica.
Sorrise. “Ci darà tutto quello che vogliamo e inoltre, sei la sola negromante che conosco”
Mi sporsi in avanti. “Dale, gli hai detto che sono passati anni dall’ultima volta che ho usato la negromanzia? Gli hai detto che non ho mai resuscitato nessuno se non per sbaglio?”
Sorrise. “Ovviamente! No. Però non ha importanza. E’ un mostro, Alissa, cosa vuoi che sia anche se morisse?”
Scossi la testa. “Non penso che lo farò” mi alzai e posai la tazzina sul lavello.
Sentii le sue mani appoggiarsi sui miei fianchi e il suo respiro vicino all’orecchio.
Bastardo, giocava sporco!
“Ti prego… ti do tutto quello che vuoi” alitò al mio orecchio.
“Non voglio niente” biascicai.
Non mi piaceva nemmeno! O meglio, eravamo finiti a letto insieme spesso, ma lui non provava nulla di sentimentale per me, come io non provavo nulla per lui. Era solo divertente.
“Sei sicura che non c’è nulla che desideri?” le sue mani si insinuarono piano sotto la mia maglietta. Il suo tocco era caldo. Lui era sempre caldo. Sentii un fremito partire dal ventre ed espandersi per tutto il mio corpo.
“A dire il vero una cosa c’è” sussurrai mordendomi le labbra.
“Dimmi tutto” posò le labbra sul mio collo.
“Desidero farmi una doccia e tu non sei invitato” precisai.
Sbuffò, alzò gli occhi al cielo e si scostò. “D’accordo senti. Ti lascio un fascicolo su questo stupido vampiro, così puoi dargli un’occhiata ok? Ora vado”
Prese il soprabito appoggiato alla sedia.
Allungai la mano e afferrai la sua maglia, stringendola con il pugno.
“Resta” non glielo avrei chiesto di nuovo.
Era una scena che si ripeteva sempre. Prima mi istigava e poi pretendeva di andarsene lasciandomi lì, in quelle condizioni.
Lasciò cadere il soprabito sulla sedia dove era poco prima.
Senza lasciar andare la sua maglia, lo trascinai in bagno dove aprii l’acqua calda.
Mentre aspettavamo che l’acqua diventasse calda ci spogliammo. Non c’era imbarazzo tra noi. Sembravamo una coppia un po’ strana. Non stavamo insieme ma a volte sembrava di si. Io lo definivo mio amico, ma lui come definiva me?
Appoggiò la sua Browing sullo sgabello vicino alla vasca e io feci lo stesso con la mia Colt Defender. Avevamo anche le stesse abitudini.
Ci immergemmo nell’acqua. Nonostante tutto mi faceva piacere la sua compagnia.
“Sembri stanca” osservò.
“Sembro e lo sono” risposi “Tu invece sei fresco come una rosa, che hai fatto oggi?”
“Sono stato in un Night Club” rispose lavandosi “Dovevo sistemare alcune faccende”
Sorrisi. “Immagino che queste faccende siano state complete di perizoma, boa e smalto rosso” lo presi in giro.
Non mi dava fastidio che oltre a me andasse a letto con altre donne.
Sorrise. “A dire il vero avevano la cravatta, un anello d’oro e i gemelli”
Appoggiai la schiena contro il bordo della vasca.
“Dale, cosa ti ha offerto il tizio zannuto per farsi resuscitare?” dovevo saperlo. Non era facile per me controllare il mio potere. Non ero mai stata brava visto che nessuno mi aveva insegnato.
“Mi ha offerto uno Knight's SR-16 M4” rispose con noncuranza.
Alzai gli occhi al cielo. “Dale, sei proprio un idiota”
“Grazie, lo prendo come un complimento”
“Un fucile. Ti sei fatto fottere per un fucile” dissi, esasperata.
La sua più grande passione erano le armi. Se avevo bisogno di qualche giocattolo particolare, lui ce l’aveva.
“Lo sai, non potrò mai averlo visto che viene venduto solo ai militari” mi guardava stizzito.
“Dale, non mi farò prendere a calci nel culo solo perché tu vuoi un fucile” chiarii.
Uscimmo dalla vasca e ci avvolgemmo negli asciugamani.
“Se sei mia amica lo farai. Non vuoi far felice il tuo amico?” fece un sorriso angelico.
“Ti prenderei a calci in faccia a dire il vero”
Si avvicinò a me e posò di nuovo le mani sui miei fianchi coperto dall’asciugamano.
“Senti, ti aiuteranno a controllare il tuo dono e ti faranno fare delle prove prima, su altri”
Sospirai. “Va bene, Dale. Ma sappi che mi devi un grosso favore”
Posò un lieve bacio sulla mia fronte.
“Lo so, lo terrò bene a mente” scese a baciarmi il naso e poi le labbra.
Prima ancora che me ne rendessi conto, gli asciugamani erano per terra e noi sul letto.

 
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view post Posted on 25/12/2009, 18:00Quote
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TRE


Seduta sul letto mi stringevo il lenzuolo sul seno nudo.
Dale, vicino a me, mi passò il pacchetto di sigarette.
“Quando devo cominciare?” prima si inizia prima si finisce.
Mi guardò alzando un sopracciglio. “Non eri tanto entusiasta ieri”
“Non lo sono nemmeno ora se proprio lo vuoi sapere” ammisi.
La verità era che avrei combinato un casino. Non solo non sarei stata in grado di resuscitare un fico secco, ma avrei scatenato le ire di tutti i succhiasangue della città. Insomma, stavo firmando la nostra condanna a morte.
Ma la cosa mi piaceva molto. Ero sempre stata attirata dal pericolo e prima di andare all’inferno mi sarei portata dietro diversi mostri zannuti.
“Oggi possiamo incontrarlo se non hai di meglio da fare” soffiò il fumo verso la finestra aperta.
“Bè, qualcosa dovrei fare a dire il vero. Non so nulla di mostri, Dale, devo leggere qualche libro e capire come si fa un rituale di negromanzia” mi accesi la sigaretta.
“Cosa ti serve sapere?” sembrava intendersene.
“Che poteri hanno, come difendermi, se c’è qualche gesto particolare da evitare” dissi le prime cose che mi passarono per la mente.
Annuì. “Si, hai bisogno di un libro sul bon ton dei vampiri”
Gli detti una spintarella e mi alzai.
“Caffè e brioche vanno bene?” ormai era un’abitudine.
“Benissimo” prese il posacenere.
La cucina era pulita e io avevo fame visto che la sera prima non avevo mangiato nulla.
Misi la caffettiera sul fuoco e scaldai le brioche. Annaffiai la mia piantina Clara mentre aspettavo.
Non ero in grado di prendermi cura di un animale, ma con una piantina potevo farcela.
“Ancora in vita? E’ coraggiosa” Dale mi prese in giro.
Era alto poco più di un metro e ottanta, i suoi occhi azzurri erano luminosi quando non aveva un’arma in mano. Se doveva fare fuori qualcuno diventavano vitrei e senza emozioni: freddi.
Il suo corpo era muscoloso e ben proporzionato, si teneva in forma con una palestra personale.
Anche se non ero mai stata a casa sua, ogni tanto me l’aveva descritta.
Cominciavo a credere di essere la sua unica amica e ciò rispecchiava esattamente cosa era lui per me: il mio solo amico.
Se tale si potesse definire. Ma bastava. A volte avanzava.
“O lei è coraggiosa, o io sono migliore di quello che pensi” risposi, scherzando.
Servì il caffè mentre io servivo le brioche.
“Facciamo così, tu passi in biblioteca a prendere quello che ti serve, io vado a fissare un appuntamento con Augustus”
Mi sedetti a tavola e mi versai il caffè. “Ha anche un nome”
“Bè certo, tutti ce l’hanno” convenne.
Sorrisi. “Se lo dici tu, signor Fred Jefferson” lo prendevo in giro.
Fred Jefferson era il falso nome che usava quando si presentava a qualcuno. Mi chiedevo quante persone al mondo sapessero il suo vero nome e chi fosse in realtà questo Fred Jefferson di cui usava il nome.
“Sono le dieci, Alissa, è tardi” indicò l’orologio.
“I vampiri non dormono di giorno?” chiesi.
“Certo, ma devo prendere un appuntamento per parlare con lui di persona. Hai tempo fino a stasera per svaligiare tutte le librerie della città, ti basta?”
“Penso di si”
A dire il vero il pensiero di dover studiare la negromanzia non mi faceva impazzire. L’idea di avere a che fare con vampiri e lupi mannari ancora meno. C’era un motivo se avevo deciso di non accettare lavori che comprendessero zanne, pelo e marciume di zombie.
Si alzò da tavola con la brioche in bocca.
“Benissimo, ci vediamo alle sei” prese il soprabito.
“Va bene, capo” bevvi un sorso di caffè.
Quando mi chiedeva di aiutarlo in qualche lavoro era lui a dare ordini, per questo lo chiamavo capo scherzando.
Di solito facevo sempre tutto quello che diceva, se c’era una persona più scrupolosa di me era lui. Aveva l’ossessione per i particolari.
Mi sorrise prima di uscire, un sorriso sincero e gentile che riservava solo a poche persone. Ero contenta di rientrare nella cerchia.

Mi diressi a Brooklyn, alla libreria Renacer. Su tre piani ci doveva essere per forza qualcosa che facesse al caso mio.
Parcheggiai e scesi dalla macchina. Indossavo jeans, scarpette e un maglione nero a collo alto. Non era il massimo per nascondere la pistola ma faceva freddo e optai per una fondina che si legava intorno ai fianchi. Mi ero rivolta a Dale per risolvere la faccenda: in dieci minuti avevo una fondina nuova e più comodità nel vestire.
Entrai dentro all’edificio e mi guardai intorno. La vecchietta seduta dietro al bancone mi salutò cordialmente e poi tornò a leggere il suo giornale di gossip.
Mi guardai intorno studiando il luogo. Era abituale per me. Se avessi avuto bisogno di fuggire o di far fuori qualcuno dovevo conoscere un minimo il posto.
Gli scaffali erano in fila, polverosi e un po’ rovinati. In mezzo alla sala c’era un lungo tavolo in legno di noce con sedie comode: l’ideale per chi voleva leggere in tranquillità.
Mi avvicinai di più alle scale che portavano al secondo piano e scorrevo i generi indicati da vecchie etichette gialle scritte a mano.
Romanzi rosa, gialli, thriller. Non c’era nulla che mi potesse interessare.
Una signora scese le scale con due libri in mano, evidentemente aveva trovato quello che cercava. Sperai di avere la stessa fortuna.
Salii lentamente le scale in legno che scricchiolarono sotto il mio metro e sessanta completo di quarantanove chili.
Al secondo piano c’erano due persone. Due uomini: uno leggeva un libro attentamente, l’altro teneva un libro in mano e lo osservava, ma sembrava piuttosto distratto.
Rimasi allerta mentre mi dirigevo allo scaffale in fondo. L’etichetta recitava: “Rituali, magia e stregoneria”.
Se non c’era nulla lì, era inutile salire al terzo piano.
Guardai i titoli velocemente finchè non trovai “Vampiri nei secoli”. Lo presi e scorsi le pagine capendo che era una specie di dizionario informativo su tutto quello che riguardava i vampiri.
Tenendolo in mano presi anche “Negromanzia e Necromanzia”.
Avrei avuto di che leggere per i prossimi giorni, ma non era detto che fossero abbastanza. Dale era stato contattato anche dai Lupi mannari e io non sapevo nulla nemmeno su di loro.
Guardai per la terza volta quei titoli che una parte del mio cervello considerava ridicoli e presi “I Lupi Mannari nel Mondo”; lo sfogliai, era anche illustrato. Le immagini raffiguravano uomini che subivano tremende trasformazioni diventando qualcosa di molto simile ai lupi.
“…i lupi mannari, a differenza dei licantropi, sono creature che una volta trasformate perdono la ragione umana e si nutrono di carne e sangue. Il solo modo per sconfiggerli è usare”
Non terminai di leggere perché qualcuno mi dette un calcio sulla gamba, facendomi cadere. I libri finirono a terra.
Era l’uomo che stava leggendo il libro distrattamente.
Dannazione, non avevo fatto abbastanza attenzione! Vidi i suoi occhi di un giallo acceso con piccole venature arancioni. Non erano umani. Un ringhio soffocato provenne dalla sua gola. Non avevo notato che fosse così muscoloso e forte, mi era sembrato piuttosto mingherlino all’inizio.
I muscoli della mano si contrassero e le sue unghie all’improvviso parvero lunghe e affilate: pericolose.
Si scagliò contro di me, tentando di afferrarmi. Mi rotolai a sinistra, scansando il colpo. Con le unghie riuscì a lacerarmi il maglione e un dolore acuto al braccio mi fece capire che aveva lacerato anche la carne. Non aveva tentato di afferrarmi, aveva provato a uccidermi.
Mi alzai in piedi senza curarmi del dolore al braccio e tirai fuori la Cold Defender. La priorità era restare in vita, quindi non mi dispiaceva toglierlo di mezzo.
Gli puntai la pistola al petto e presi la mira. Anzi che allontanarsi si scagliò contro di me, di nuovo. Non esitai a sparare.
Il corpo cadde per terra pesantemente con un foro all’altezza del cuore. Non era stato difficile dopo tutto, mi aveva solo presa alla sprovvista.
Abbassai il braccio lungo il fianco e raccolsi i libri.
Quando voltai la testa di nuovo, il tizio a cui avevo appena sparato si stava alzando barcollando; non mi era mai successo nulla del genere. Eppure la ferita al cuore c’era, ma si stava anche rimarginando alla velocità della luce.
Non avrei potuto ucciderlo così.
Strinsi i libri che dovevo prendere e gli puntai la pistola alla testa.
Era solo spirito di sopravvivenza, per quello non avevo pensato di interrogarlo. Volevo solo che mi lasciasse in pace.
Gli trafissi il cranio con i miei proiettili. Uno, due, tre.
Il suo cervello finì spappolato addosso agli scaffali e lui cadde di nuovo per terra.
Lo guardai per qualche secondo e con mio grande orrore vidi il suo cervello che si rigenerava lentamente.
Non era morto, non ancora.
Senza aspettare oltre strinsi i libri e scesi le scale di corsa. Lasciai sul bancone della vecchietta trenta dollari e corsi fuori. Non avevo visto le altre persone, non m’importava se avevano sentito gli spari, ero sconvolta perché per la prima volta in vita mia non ero riuscita ad uccidere.

 
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