TRE
Seduta sul letto mi stringevo il lenzuolo sul seno nudo.
Dale, vicino a me, mi passò il pacchetto di sigarette.
“Quando devo cominciare?” prima si inizia prima si finisce.
Mi guardò alzando un sopracciglio. “Non eri tanto entusiasta ieri”
“Non lo sono nemmeno ora se proprio lo vuoi sapere” ammisi.
La verità era che avrei combinato un casino. Non solo non sarei stata in grado di resuscitare un fico secco, ma avrei scatenato le ire di tutti i succhiasangue della città. Insomma, stavo firmando la nostra condanna a morte.
Ma la cosa mi piaceva molto. Ero sempre stata attirata dal pericolo e prima di andare all’inferno mi sarei portata dietro diversi mostri zannuti.
“Oggi possiamo incontrarlo se non hai di meglio da fare” soffiò il fumo verso la finestra aperta.
“Bè, qualcosa dovrei fare a dire il vero. Non so nulla di mostri, Dale, devo leggere qualche libro e capire come si fa un rituale di negromanzia” mi accesi la sigaretta.
“Cosa ti serve sapere?” sembrava intendersene.
“Che poteri hanno, come difendermi, se c’è qualche gesto particolare da evitare” dissi le prime cose che mi passarono per la mente.
Annuì. “Si, hai bisogno di un libro sul bon ton dei vampiri”
Gli detti una spintarella e mi alzai.
“Caffè e brioche vanno bene?” ormai era un’abitudine.
“Benissimo” prese il posacenere.
La cucina era pulita e io avevo fame visto che la sera prima non avevo mangiato nulla.
Misi la caffettiera sul fuoco e scaldai le brioche. Annaffiai la mia piantina Clara mentre aspettavo.
Non ero in grado di prendermi cura di un animale, ma con una piantina potevo farcela.
“Ancora in vita? E’ coraggiosa” Dale mi prese in giro.
Era alto poco più di un metro e ottanta, i suoi occhi azzurri erano luminosi quando non aveva un’arma in mano. Se doveva fare fuori qualcuno diventavano vitrei e senza emozioni: freddi.
Il suo corpo era muscoloso e ben proporzionato, si teneva in forma con una palestra personale.
Anche se non ero mai stata a casa sua, ogni tanto me l’aveva descritta.
Cominciavo a credere di essere la sua unica amica e ciò rispecchiava esattamente cosa era lui per me: il mio solo amico.
Se tale si potesse definire. Ma bastava. A volte avanzava.
“O lei è coraggiosa, o io sono migliore di quello che pensi” risposi, scherzando.
Servì il caffè mentre io servivo le brioche.
“Facciamo così, tu passi in biblioteca a prendere quello che ti serve, io vado a fissare un appuntamento con Augustus”
Mi sedetti a tavola e mi versai il caffè. “Ha anche un nome”
“Bè certo, tutti ce l’hanno” convenne.
Sorrisi. “Se lo dici tu, signor Fred Jefferson” lo prendevo in giro.
Fred Jefferson era il falso nome che usava quando si presentava a qualcuno. Mi chiedevo quante persone al mondo sapessero il suo vero nome e chi fosse in realtà questo Fred Jefferson di cui usava il nome.
“Sono le dieci, Alissa, è tardi” indicò l’orologio.
“I vampiri non dormono di giorno?” chiesi.
“Certo, ma devo prendere un appuntamento per parlare con lui di persona. Hai tempo fino a stasera per svaligiare tutte le librerie della città, ti basta?”
“Penso di si”
A dire il vero il pensiero di dover studiare la negromanzia non mi faceva impazzire. L’idea di avere a che fare con vampiri e lupi mannari ancora meno. C’era un motivo se avevo deciso di non accettare lavori che comprendessero zanne, pelo e marciume di zombie.
Si alzò da tavola con la brioche in bocca.
“Benissimo, ci vediamo alle sei” prese il soprabito.
“Va bene, capo” bevvi un sorso di caffè.
Quando mi chiedeva di aiutarlo in qualche lavoro era lui a dare ordini, per questo lo chiamavo capo scherzando.
Di solito facevo sempre tutto quello che diceva, se c’era una persona più scrupolosa di me era lui. Aveva l’ossessione per i particolari.
Mi sorrise prima di uscire, un sorriso sincero e gentile che riservava solo a poche persone. Ero contenta di rientrare nella cerchia.
Mi diressi a Brooklyn, alla libreria Renacer. Su tre piani ci doveva essere per forza qualcosa che facesse al caso mio.
Parcheggiai e scesi dalla macchina. Indossavo jeans, scarpette e un maglione nero a collo alto. Non era il massimo per nascondere la pistola ma faceva freddo e optai per una fondina che si legava intorno ai fianchi. Mi ero rivolta a Dale per risolvere la faccenda: in dieci minuti avevo una fondina nuova e più comodità nel vestire.
Entrai dentro all’edificio e mi guardai intorno. La vecchietta seduta dietro al bancone mi salutò cordialmente e poi tornò a leggere il suo giornale di gossip.
Mi guardai intorno studiando il luogo. Era abituale per me. Se avessi avuto bisogno di fuggire o di far fuori qualcuno dovevo conoscere un minimo il posto.
Gli scaffali erano in fila, polverosi e un po’ rovinati. In mezzo alla sala c’era un lungo tavolo in legno di noce con sedie comode: l’ideale per chi voleva leggere in tranquillità.
Mi avvicinai di più alle scale che portavano al secondo piano e scorrevo i generi indicati da vecchie etichette gialle scritte a mano.
Romanzi rosa, gialli, thriller. Non c’era nulla che mi potesse interessare.
Una signora scese le scale con due libri in mano, evidentemente aveva trovato quello che cercava. Sperai di avere la stessa fortuna.
Salii lentamente le scale in legno che scricchiolarono sotto il mio metro e sessanta completo di quarantanove chili.
Al secondo piano c’erano due persone. Due uomini: uno leggeva un libro attentamente, l’altro teneva un libro in mano e lo osservava, ma sembrava piuttosto distratto.
Rimasi allerta mentre mi dirigevo allo scaffale in fondo. L’etichetta recitava:
“Rituali, magia e stregoneria”.
Se non c’era nulla lì, era inutile salire al terzo piano.
Guardai i titoli velocemente finchè non trovai
“Vampiri nei secoli”. Lo presi e scorsi le pagine capendo che era una specie di dizionario informativo su tutto quello che riguardava i vampiri.
Tenendolo in mano presi anche
“Negromanzia e Necromanzia”.
Avrei avuto di che leggere per i prossimi giorni, ma non era detto che fossero abbastanza. Dale era stato contattato anche dai Lupi mannari e io non sapevo nulla nemmeno su di loro.
Guardai per la terza volta quei titoli che una parte del mio cervello considerava ridicoli e presi
“I Lupi Mannari nel Mondo”; lo sfogliai, era anche illustrato. Le immagini raffiguravano uomini che subivano tremende trasformazioni diventando qualcosa di molto simile ai lupi.
“…i lupi mannari, a differenza dei licantropi, sono creature che una volta trasformate perdono la ragione umana e si nutrono di carne e sangue. Il solo modo per sconfiggerli è usare”Non terminai di leggere perché qualcuno mi dette un calcio sulla gamba, facendomi cadere. I libri finirono a terra.
Era l’uomo che stava leggendo il libro distrattamente.
Dannazione, non avevo fatto abbastanza attenzione! Vidi i suoi occhi di un giallo acceso con piccole venature arancioni. Non erano umani. Un ringhio soffocato provenne dalla sua gola. Non avevo notato che fosse così muscoloso e forte, mi era sembrato piuttosto mingherlino all’inizio.
I muscoli della mano si contrassero e le sue unghie all’improvviso parvero lunghe e affilate: pericolose.
Si scagliò contro di me, tentando di afferrarmi. Mi rotolai a sinistra, scansando il colpo. Con le unghie riuscì a lacerarmi il maglione e un dolore acuto al braccio mi fece capire che aveva lacerato anche la carne. Non aveva tentato di afferrarmi, aveva provato a
uccidermi.
Mi alzai in piedi senza curarmi del dolore al braccio e tirai fuori la Cold Defender. La priorità era restare in vita, quindi non mi dispiaceva toglierlo di mezzo.
Gli puntai la pistola al petto e presi la mira. Anzi che allontanarsi si scagliò contro di me, di nuovo. Non esitai a sparare.
Il corpo cadde per terra pesantemente con un foro all’altezza del cuore. Non era stato difficile dopo tutto, mi aveva solo presa alla sprovvista.
Abbassai il braccio lungo il fianco e raccolsi i libri.
Quando voltai la testa di nuovo, il tizio a cui avevo appena sparato si stava alzando barcollando; non mi era mai successo nulla del genere. Eppure la ferita al cuore c’era, ma si stava anche rimarginando alla velocità della luce.
Non avrei potuto ucciderlo così.
Strinsi i libri che dovevo prendere e gli puntai la pistola alla testa.
Era solo spirito di sopravvivenza, per quello non avevo pensato di interrogarlo. Volevo solo che mi lasciasse in pace.
Gli trafissi il cranio con i miei proiettili. Uno, due, tre.
Il suo cervello finì spappolato addosso agli scaffali e lui cadde di nuovo per terra.
Lo guardai per qualche secondo e con mio grande orrore vidi il suo cervello che si rigenerava lentamente.
Non era morto, non ancora.
Senza aspettare oltre strinsi i libri e scesi le scale di corsa. Lasciai sul bancone della vecchietta trenta dollari e corsi fuori. Non avevo visto le altre persone, non m’importava se avevano sentito gli spari, ero sconvolta perché per la prima volta in vita mia non ero riuscita ad uccidere.